Perchè quella italiana continui ad essere una storia di qualità

Pubblicato su rivista Altro&Oltre nr. 17, luglio

Lo sviluppo dell’economia italiana

Passata da un’economia rurale a una industriale nel volgere di pochi decenni, L’Italia è diventata dal secondo dopoguerra ad oggi una delle 8 potenze industriali più importanti del Mondo.

La corsa per lo sviluppo inizia subito dopo l’unificazione. Nella prima decade del ‘900, dopo oltre 30 anni dall’Unità, l’alfabetizzazione passa dal 27% al 62%*. Gli addetti in agricoltura rappresentano ancora il 60% del totale. Solo il 23% della popolazione attiva è impiegata nell’industria**. Sono questi gli anni degli ingenti flussi migratori. Ogni anno circa 650 mila italiani cercano fortuna altrove. La metà di essi è meridionale**. L’Italia è ancora indietro rispetto ai paesi più progrediti d’Europa. Le condizioni di salute sono scarse e la diffusione della malaria riguarda ben 2.635 comuni (pari al 3.7% dei comuni dell’intero Paese). La Sardegna e la Sicilia le regioni più colpite e vi si registra il 70% dei casi nazionali.*** L’aspettativa di vita non supera i 40 anni e la mortalità infantile si attesta al 200 per mille*.

Ma è proprio in questo periodo che l’Italia aggancia la prima globalizzazione e si avvicina allo sviluppo dei paesi più avanzati. Ogni anno il Pil registra un + 2,4% annuo*, la produttività aumenta. In alcuni settori industriali (metallurgia, motori a vapore, elettricità ed elettromeccanica), la produzione cresce a tassi a 2 cifre. E sempre a partire del ‘900 la produzione di energia e il settore elettromeccanico si espandono rapidamente*.  Tra il 1917-1929 il Pil italiano segna un +2,2% annuo, tasso che, anche se di poco, è superiore alla media dell’Europa occidentale*.

La Grande depressione e le due guerre mondiali provocano un’inversione di tendenza. Il paese recupera però a passo di marcia già a partire dal 1949. Se nel corso della seconda guerra mondiale il Pil scende a precipizio di un 10% annuo, nell’immediato dopoguerra supera del 10% il livello prebellico*. Il piano Marshall varato dagli Stati Uniti diventa cruciale per innescare il volano dello sviluppo – 1,2 miliardi di dollari a valori attuali – (fonte: Wikipedia). Un rinato senso di solidarietà nazionale, una classe dirigente onesta fanno il resto. Nel 1951 il tasso di analfabetismo scende al 15%*.

La crescita continua impetuosa nel periodo del miracolo economico (1950-1973). Si realizza proprio in questi anni buona parte della convergenza secolare italiana verso i paesi più avanzati. Il reddito pro capite passa dal 38% al 64% di quello degli americani e all’88% di quello degli inglesi*. In meno di una generazione la vita dell’italiano medio si trasforma culturalmente e socialmente. La televisione porta nelle case la lingua italiana ed è paladina della scolarizzazione di molti adulti. La malaria è finalmente sconfitta. Grazie alle bonifiche – prima quelle mussoliniane e poi quelle varate dai governi della Repubblica – e all’impiego, del DDT, in data 21 settembre 1970, l’Italia è iscritta dall’Oms nei registri ufficiali dei Paesi liberi da malaria***. L’ aspettativa di vita negli anni ’70 sale a 71,56 anni (Fonte: Banca Mondiale). Nonostante la prima crisi petrolifera del 1974 e la successiva crisi economica, la crescita continua e tra il 1973 e il 1992: il Pil pro capite aumenta del 2,5% annuo. La convergenza sull’Europa occidentale fu quindi completa: nel 1992 il Pil pro-capite italiano raggiunge quello di Germania e Regno Unito*.

Dalla metà degli anni ’90 che il Paese sembra aver perso la capacità sociale di crescita. La burocrazia lenta e mastodontica, il mancato aggancio della rivoluzione informatica, la tassazione diventata eccessiva e soffocante, ne sono i tratti distintivi. Le radici del lento declino che perdura sino ai nostri giorni sono da ricercarsi negli anni ’80. Una politica dissennata, alimentata da governi instabili e partiti bramosi di consenso, innalzano la spesa pubblica. In meno di 10 anni il rapporto debito/Pil passa dal 56 al 94%*.

Tuttavia i dati della nostra economia e il benessere raggiunto dalla collettività è tutt’altro che scoraggiante e rivela, in ottica di lungo periodo, una storia di successo. E parimenti è improprio parlare di declino su un arco temporale così ristretto, poco più di un ventennio. Il Paese ha raccolto l’eredità di un passato glorioso, quello rinascimentale, per esportarlo, in chiave moderna, nel campo della moda e del design. Di punta anche il settore agroalimentare che, grazie a una tradizione ricca di ricette e ingredienti, ha prodotto una grande varietà di cucine: prodotti agricoli ed enogastronomia italiani non hanno rivali al Mondo e sono apprezzati ovunque. Non solo. Una forte vocazione imprenditoriale ha siglato il successo dell’industria manifatturiera con la peculiarità dei distretti che in talune zone e aree produttive non ha mai cessato di crescere. Per non parlare dell’offerta turistica, non ancora pienamente sfruttata, soprattutto nelle regioni meridionali, ma dalle enormi potenzialità.

La società da rurale è diventata industriale e larghissimo spazio è oggi occupato dal terziario, principale fonte di occupazione. In Italia i servizi rappresentano il settore più importante dell’economia, sia per numero di occupati (il 67% del totale) che per valore aggiunto (il 71%). Il settore è, inoltre, di gran lunga il più dinamico e rappresenta oltre il 67% delle nuove imprese (fonte: Wikipedia). Il tasso di mortalità dei bambini sotto i 5 anni in Italia è sceso al 4 per mille. Livello inferiore a quello medio europeo e a quello degli Stati Uniti (Dati Istat 2011). Il tasso di alfabetizzazione è pari al 99,2% (Fonte: Rapporto delle Nazioni Unite sul Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo 2013), l’aspettativa media di vita nel Belpaese è di 84 anni, e si colloca tra le più alte al mondo dopo il principato di Monaco e il Giappone (fonte: CIA World Factbook).

E’ sul fronte del debito pubblico e dei redditi che la statistica ci bacchetta. Coi suoi 35 mila dollari pro capite, l’Italia – in area Euro – è messa meglio (a parità di potere d’acquisto), solo rispetto a Grecia, Spagna e Portogallo (Dati Fmi 2014). Pur sempre un paese avanzato, ha però mancato alcuni obiettivi cruciali: riforme istituzionali, snellimento della burocrazia, informatizzazione dei servizi pubblici, velocizzazione della giustizia. Tutti i leit motiv alla base della perdita di passo. L’unione monetaria (2002) poi, ha definitivamente sventato la possibilità di effettuare manovre correttive basate sulla svalutazione della moneta, utilizzate in passato per dare spunto alle esportazioni e deprezzare l’indebitamento. Per molti anni poco o nulla è stato fatto per modernizzare il Paese. Ora qualcosa ora si sta muovendo, ma non basta.

Per riallacciare il filo dello sviluppo e far sì che quella italiana continui a essere una storia di successo, è necessario agire con decisione sul debito e sulla tassazione per aumentare il reddito disponibile e ridare slancio ai consumi, motore per la crescita dell’economia.

 

*La crescita economica Italiana, 1861-2011 di Gianni Toniolo (https://www.google.it/webhp?sourceid=chrome-instant&ion=1&espv=2&ie=UTF-8#q=La+crescita+economica+Italiana%2C+1861-2011+di+Gianni+Toniolo)

**Agricoltura e sviluppo economico: Il caso italiano Bernardino Farolfi e Massimo Fornasari (http://amsacta.unibo.it/4101/1/WP756.pdf)

*** Cenni storici sulla campagna di eradicazione della malaria in Italia di Chiara Tolona (http://www.cesmet.com/it/cenni-storici-sulla-campagna-di-eradicazione-della-malaria-in-italia)

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